9. Il buonista

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Il mondo è diviso in due: buoni e cattivi, lo si è imparato dalle antiche favole e quelle favole sono, per il buonista, la realtà. Il mondo è fatto di due gruppi: lui (e pochi altri) e tutto il rimanente, quel resto del mondo che pretende, impone, non pazienta, a differenza di lui, il buono.
Lui soffre per le sofferenze degli altri, lui saprebbe scrivere volumi interi sul come si deve trattare l’altro, lui sa trattare gli altri con doppi guanti e qualsiasi altro atteggiamento diverso dal suo è un atto giudicato di violenza, di prepotenza alla meglio di intolleranza.
Per lui crescere, migliorarsi o convertirsi è e deve rimanere una passeggiatina fatta sotto braccio per un viottolo di un giardino fiorito. Per lui la debolezza, la lotta con le nostre contraddizioni, il misurarsi con il nostro orgoglio o con la nostra superbia e, perché no, il rapporto con il peccato originale sono piccolezze che un sorriso e una carezza fanno sfumare come la neve al sole.

A dir la verità si ritiene molto buono, ma lo è nella linea fondamentalista perché è buono solo con chi lui considera debole mentre nei confronti di chi giudica troppo attrezzato di personalità o di coraggio, il buonista si fa rigido e con molto “buon cuore” inizia la sua operazione di annientamento: l’altro diventa per lui il cattivo, quello che non comprende, gli riconosce delle doti giusto per non far trasparire il fatto che non digerisce la sua presenza e con caparbia volontà non cessa di proporlo al mondo intero nella sua veste peggiore ingigantendo possibili e umanissimi errori o leggendo a modo suo (il peggiore per l’interessato) ogni parola anzi il tono, il volume della voce, le espressioni del volto e tanti altri aspetti simili.
Si potrebbe anche dire che il buonista nella comunità è paragonabile all’enciclopedia nel senso che pur ritenendo di conoscere le vie migliori per raggiungere il cuore dell’altro, mantiene tutto sulla carta e poco nella realtà. Nella realtà, infatti, facendosi prossimo di chi vuole lui, diventa molto selettivo nei confronti di tutti gli altri: il buonista non è infatti buono è solo uno che ha preso il suo carattere e sé stesso come modello del meglio e, non essendo buono, alla fine propone sé stesso e non un valore o un ideale alla cui scuola si trovi sinceramente anche lui. Anzi il buonista è un isolato, sempre individualista, talvolta super devoto, talaltra doppiogiochista, in ogni caso un’opera piantata lì a metà perché è uno che non ha fatto su sé stesso un serio lavoro di crescita, è uno che è rimasto un po’ immaturo perché non si è messo alla scuola di nulla scegliendo fra le parole ascoltate e le persone incontrate solo ciò che poteva tranquillizzarlo e lasciarlo come era.
Il buonista è come un ciclista che, privo di allenamento e di doti agonistiche, volendo fare il giro d’Italia esigesse dagli organizzatori solo tappe in pianura e non più lunghe di cinque chilometri giudicando pretesa malvagia il voler far correre tutti nel superamento dei propri limiti.
Del Tempio e dei banchi dei mercanti buttati all’aria, delle accuse fatte ai farisei di essere ipocriti, o dell’asperità della salita del calvario non dite nulla, potrebbe inquietarsi e quanto alla vita che pretende il coraggio, la determinazione e poca autocommiserazione non accennate neppure, limitatevi alle favole.