tempo pasquale: sesta domenica
La Parola di Dio - rito ambrosiano
16/05/09 16:02
Vorrei attirare l’attenzione su un piccolo particolare.
Paolo si trova a Cesarea di fronte al Governatore, di fronte a un re, Agrippa, (re di poca importanza, ma pur sempre re) e, infine, di fronte alla moglie di quel re, una certa Berenice: davanti a loro deve difendersi o meglio dire cosa gli passa nella testa, come spiega la sua vita, le sue parole e la cosa è per lui di una certa importanza perché lo accompagnano accuse calunniose o soprattutto il fatto che la sua sola presenza ha causato gravi disordini in Gerusalemme con grave potenziale pericolo per la pace dell’impero.
Loro lo ascoltano e Paolo parla e vuole dire di Cristo che è la vita e la salvezza, vuole dire della speranza nuova che è donata e per dire racconta. Racconta di sé della sua storia di quando cioè era un fondamentalista che vedeva nei cristiani dei settari pericolosi, di quando li ammazzava di botte, di quando in giudizio votava per la loro condanna a morte, arriva a confessare con una trasparenza inquietante di quando li torturava per obbligarli a bestemmiare il loro presunto Dio.
Racconta del suo furore e poi della camminata verso Damasco quando a mezzogiorno una luce più forte del sole avvolge lui e i suoi compagni, di quando crolla a terra e vi crolla in tutti i sensi.
Paolo racconta di Cristo come di quello che ha incontrato, di quello di cui ha fatto esperienza. Saprà trovare parole sublimi e anche difficili per definire ciò che accadde, per insegnare le conseguenze che derivano nella vita dalla parola del Vangelo, ma la sostanza sta lì e sempre e solo lì, nella vita, nell’amicizia vissuta, la sostanza sta in quel Gesù che lo viene a scovare e lo prende per il collo senza badare al male che compie alla sua follia di ritenere di sapere da che parte sia Dio, lo viene a cercare e gli dice ciò che deve fare per Lui.
Sono convinto che un peccatore che ama con tutto sé stesso Cristo e che affida a Lui con amore la sua debolezza e con coraggio lo segue inciampando mille volte è più testimone di tanti santi cattolici annoiati dalla loro fede e dalla Parola di Cristo.
Sembra sempre che la Chiesa debba essere santa e brava per merito di altri, sembra sempre che annunciare il Vangelo sia compito degli incaricati e degli esperti, ma, accidenti, non abbiamo incontrato nulla? Se non abbiamo incontrato nulla è chiaro che abbiamo nulla da dire, ma se la nostra vita si è incrociata con quella di Cristo, cosa ci manca per dire: “io ero... ma è avvenuto”. E cosa manca alle nostre comunità perché si possa dire: “e mi è successo questo e ho visto e ho creduto e come a me è accaduto a tanti altri che chiamo fratelli, vieni a vedere”. Non: “vieni a vedere le beghe, le gelosie, i piccoli poteri”, ma vieni e vedi un “mondo nuovo”.
E per Paolo quel mondo nuovo a cui poteva invitare perché si potesse vedere e sperimentare l’amore di Cristo erano anche le vedove che piangevano i loro morti, morti per causa sua o uomini con le cicatrici lasciate da ferri roventi pigiati sui loro corpi, uomini e donne che da quando lui, Paolo, aveva detto di sì a Cristo lo avevano accolto come un fratello.
Qui trovi il brano degli Atti cui si fa riferimento
Paolo si trova a Cesarea di fronte al Governatore, di fronte a un re, Agrippa, (re di poca importanza, ma pur sempre re) e, infine, di fronte alla moglie di quel re, una certa Berenice: davanti a loro deve difendersi o meglio dire cosa gli passa nella testa, come spiega la sua vita, le sue parole e la cosa è per lui di una certa importanza perché lo accompagnano accuse calunniose o soprattutto il fatto che la sua sola presenza ha causato gravi disordini in Gerusalemme con grave potenziale pericolo per la pace dell’impero.
Loro lo ascoltano e Paolo parla e vuole dire di Cristo che è la vita e la salvezza, vuole dire della speranza nuova che è donata e per dire racconta. Racconta di sé della sua storia di quando cioè era un fondamentalista che vedeva nei cristiani dei settari pericolosi, di quando li ammazzava di botte, di quando in giudizio votava per la loro condanna a morte, arriva a confessare con una trasparenza inquietante di quando li torturava per obbligarli a bestemmiare il loro presunto Dio.
Racconta del suo furore e poi della camminata verso Damasco quando a mezzogiorno una luce più forte del sole avvolge lui e i suoi compagni, di quando crolla a terra e vi crolla in tutti i sensi.
Paolo racconta di Cristo come di quello che ha incontrato, di quello di cui ha fatto esperienza. Saprà trovare parole sublimi e anche difficili per definire ciò che accadde, per insegnare le conseguenze che derivano nella vita dalla parola del Vangelo, ma la sostanza sta lì e sempre e solo lì, nella vita, nell’amicizia vissuta, la sostanza sta in quel Gesù che lo viene a scovare e lo prende per il collo senza badare al male che compie alla sua follia di ritenere di sapere da che parte sia Dio, lo viene a cercare e gli dice ciò che deve fare per Lui.
Sono convinto che un peccatore che ama con tutto sé stesso Cristo e che affida a Lui con amore la sua debolezza e con coraggio lo segue inciampando mille volte è più testimone di tanti santi cattolici annoiati dalla loro fede e dalla Parola di Cristo.
Sembra sempre che la Chiesa debba essere santa e brava per merito di altri, sembra sempre che annunciare il Vangelo sia compito degli incaricati e degli esperti, ma, accidenti, non abbiamo incontrato nulla? Se non abbiamo incontrato nulla è chiaro che abbiamo nulla da dire, ma se la nostra vita si è incrociata con quella di Cristo, cosa ci manca per dire: “io ero... ma è avvenuto”. E cosa manca alle nostre comunità perché si possa dire: “e mi è successo questo e ho visto e ho creduto e come a me è accaduto a tanti altri che chiamo fratelli, vieni a vedere”. Non: “vieni a vedere le beghe, le gelosie, i piccoli poteri”, ma vieni e vedi un “mondo nuovo”.
E per Paolo quel mondo nuovo a cui poteva invitare perché si potesse vedere e sperimentare l’amore di Cristo erano anche le vedove che piangevano i loro morti, morti per causa sua o uomini con le cicatrici lasciate da ferri roventi pigiati sui loro corpi, uomini e donne che da quando lui, Paolo, aveva detto di sì a Cristo lo avevano accolto come un fratello.
Qui trovi il brano degli Atti cui si fa riferimento