Apr 2009
la Parola di Dio - rito ambrosiano
30/04/09 12:17 Filed in: tempo pasquale: terza domenica
Un terremoto inaspettato, e in questo caso evento di fortuna, non fa danni alle persone, ma permetterebbe la fuga dalla prigione perché oltre a scuoterne le fondamenta ne abbatte anche tutte le porte.
Quando accadde e chi c’era in quella prigione?
Ai ceppi stavano Sila e Paolo quest’ultimo è andato più famoso con il nome di san Paolo.
Al di là di ciò che si pensi circa la bontà o meno del cristianesimo rimane il fatto che in quella prigione i due ci stavano ingiustamente, il loro era un evidente caso di sopraffazione subita da un potere poco incline a spiegazioni e garanzie.
I ceppi saltati, le porte divelte e la brezza della notte poteva far sentire il suo profumo di libertà, ma i lamenti del carceriere rompevano con un senso di tragedia quel silenzio pieno di speranza. Il carceriere, infatti, ripresosi dallo stordimento e vedendo le porte aperte si era convinto della certa fuga dei suoi prigionieri. La cosa in sé non sarebbe degna di nota se non fosse che per l’accaduto il disgraziato era sul punto di suicidarsi e la scelta a dir la verità gli era quasi imposta perché suicidato o condannato a morte (come probabilmente sarebbe accaduto nel caso di una fuga) per lui poco sarebbe cambiato. Al grido, dunque, del “sia almeno salvo l’onore” stava per compiere l’insano gesto quando dal fondo della prigione lo raggiunsero le voci dei due prigionieri e questo fu per lui e per noi che leggiamo ben più inaspettato di quel terremoto fortunoso.
Già i due, si tratta sempre di Sila e di Paolo, di fronte al buon senso, di fronte ad un’ingiustizia palese che avrebbe giustificato la fuga preferiscono rimanere al loro posto per riguardo alla vita di un lavoratore probabilmente secondino più per bisogno che per vocazione.
Mi immagino giornalista di cronaca cittadina e mi immagino seduto nella cella annotando le risposte alle mie domande che alla fine sono una sola: “ma perché siete rimasti, chi ve lo ha fatto fare?”.
Non sono Paolo, non sono Sila e, accidenti a me, non sono oltremodo santo, ma non sbaglio ad indovinare la risposta: “e che dovevamo fare? Andiamo in giro a predicare e raccontare di un Dio che si è fatto uomo e che è morto per noi su una croce e quando in piccolo, molto in piccolo tocca a noi...?”.
Non voglio trarre conclusioni moralistiche e mi abbandono solo ad una domanda: non è che, forse, il vangelo lo si impara affrontando giorno dopo giorno la vita provando a pensare cosa farebbe Gesù se fosse lì al nostro posto?
Beh la risposta rimane sempre difficile, ma è anche difficile vivere il “ti voglio bene” detto alla donna che si ama.
E il carceriere? Beh per quello non c’è stato dubbio: invitò a casa sua Paolo e Sila e si fece cristiano.
(Atti degli Apostoli 16,22-34)
Quando accadde e chi c’era in quella prigione?
Ai ceppi stavano Sila e Paolo quest’ultimo è andato più famoso con il nome di san Paolo.
Al di là di ciò che si pensi circa la bontà o meno del cristianesimo rimane il fatto che in quella prigione i due ci stavano ingiustamente, il loro era un evidente caso di sopraffazione subita da un potere poco incline a spiegazioni e garanzie.
I ceppi saltati, le porte divelte e la brezza della notte poteva far sentire il suo profumo di libertà, ma i lamenti del carceriere rompevano con un senso di tragedia quel silenzio pieno di speranza. Il carceriere, infatti, ripresosi dallo stordimento e vedendo le porte aperte si era convinto della certa fuga dei suoi prigionieri. La cosa in sé non sarebbe degna di nota se non fosse che per l’accaduto il disgraziato era sul punto di suicidarsi e la scelta a dir la verità gli era quasi imposta perché suicidato o condannato a morte (come probabilmente sarebbe accaduto nel caso di una fuga) per lui poco sarebbe cambiato. Al grido, dunque, del “sia almeno salvo l’onore” stava per compiere l’insano gesto quando dal fondo della prigione lo raggiunsero le voci dei due prigionieri e questo fu per lui e per noi che leggiamo ben più inaspettato di quel terremoto fortunoso.
Già i due, si tratta sempre di Sila e di Paolo, di fronte al buon senso, di fronte ad un’ingiustizia palese che avrebbe giustificato la fuga preferiscono rimanere al loro posto per riguardo alla vita di un lavoratore probabilmente secondino più per bisogno che per vocazione.
Mi immagino giornalista di cronaca cittadina e mi immagino seduto nella cella annotando le risposte alle mie domande che alla fine sono una sola: “ma perché siete rimasti, chi ve lo ha fatto fare?”.
Non sono Paolo, non sono Sila e, accidenti a me, non sono oltremodo santo, ma non sbaglio ad indovinare la risposta: “e che dovevamo fare? Andiamo in giro a predicare e raccontare di un Dio che si è fatto uomo e che è morto per noi su una croce e quando in piccolo, molto in piccolo tocca a noi...?”.
Non voglio trarre conclusioni moralistiche e mi abbandono solo ad una domanda: non è che, forse, il vangelo lo si impara affrontando giorno dopo giorno la vita provando a pensare cosa farebbe Gesù se fosse lì al nostro posto?
Beh la risposta rimane sempre difficile, ma è anche difficile vivere il “ti voglio bene” detto alla donna che si ama.
E il carceriere? Beh per quello non c’è stato dubbio: invitò a casa sua Paolo e Sila e si fece cristiano.
(Atti degli Apostoli 16,22-34)